omofobia

Come si arriva a parlare di “omofobia”

Il nucleo fondamentale del ddl Zan si riallaccia alla legge Mancino, quella che punisce la «propaganda e istigazione a delinquere per motivi di discriminazione razziale etnica e religiosa», estendendone l’ambito applicativo al reato di cosiddetta “omo-transfobia”, reato che prevede la reclusione fino a sei anni. Per il momento non è qui mia intenzione analizzare il testo della proposta di legge Zan, in questa sede provo, schematicamente, a tracciare il percorso che ha portato alla parola omofobia

Fino a metà degli anni ’90 si parla di omofobia (anche se la parola era poco usata) in relazione a comportamenti omosessuali. Dalla seconda metà degli anni ’90, quando l’associazionismo gay entra nelle istituzioni, l’obiettivo diventa, più che la tutela dei “diritti” degli omosessuali, il riconoscimento pubblico delle unioni fra persone dello stesso sesso. Svolta importante di questo passaggio è l’alleanza strategica con la sinistra nata dalle ceneri del PCI, la “nuova cosa” di Achille Occhetto. Una “cosa” che tende velocemente a diventare partito dei diritti dei diversi in tutti i campi, partito che esalta la libertà senza alcun limite, partito radicale di massa espressione politica del relativismo culturale. Un orientamento coniugante liberismo economico e liberismo dei costumi. Perché il nuovo, e sempre più vorace capitalismo, pone come condizione oggettiva del suo salto di qualità una liberalizzazione dei costumi che liberi l’uomo da vincoli morali considerati non più compatibili con le nuove esigenze di sviluppo.

La questione omosessuale rientra quindi nella rivendicazione dei cosiddetti “nuovi diritti”, di cui questa nuova sinistra libertaria e liberista si fa paladina. Strategia che ha come oggetto principale l’attacco alla famiglia (diventata tradizionale) e al matrimonio, ostacoli al processo di “modernizzazione”. Ogni occasione diventa quella buona per tacciare di “omofobia” chi si oppone ai “nuovi diritti”, in particolare chi si oppone al riconoscimento pubblico dei “matrimoni” “same sex” e delle famiglie “arcobaleno”. L’accusa di omofobia diventa strumento efficace di lotta politica, come l’accusa di fascismo, pianta sempreverde del democraticismo atlantico.

Si passa quindi dalla punizione del comportamento alla punizione di una mentalità. Essere omofobo diventa lo stigma dell’arretratezza culturale. Omofobo è chi risulta inadatto al mondo moderno. Le stesse femministe e le stesse lesbiche diventano omofobe quando, per esempio, non accettano la pratica della maternità surrogata, l’utero in affitto. A tal proposito, il caso Rowling è illuminante. Qualche anno fa Scalfarotto in parlamento chiarì che la criminalizzazione dell’omofobia è «uno di quei casi in cui la norma penale ha un effetto simbolico e contribuisce a costruire la modernità di un paese e la cultura di una comunità». Inquietante.

La questione omosessuale, così come l’abbiamo vista nascere, è uscita ormai di scena, per lasciare campo all’ideologia “gender”, il cui obiettivo è un vero e proprio capovolgimento antropologico. La lotta dei militanti gender oltrepassa gli stessi “diritti” delle minoranze, approda alla de-costruzione della sessualità per ri-costruirla secondo il desiderio di ciascuno, affermando così una concezione dell’uomo completamente sganciata da qualsiasi ordine oggettivo. Autodeterminazione assoluta. L’omofobia diventa la macchia, la vergogna di chi si oppone alla costruzione del “nuovo uomo”. Anche quando si propone in forma passiva, la cosiddetta “omofobia interiorizzata”.  «L’omofobia interiorizzata è una forma di omofobia spesso non cosciente, risultato dell’educazione e dei valori trasmessi dalla società, di cui a volte sono vittime le stesse persone omosessuali» (come si legge nella Strategia Nazionale LGBT a cura dell’UNAR e del Dipartimento Pari Opportunità della Presidenza del Consiglio dei Ministri). La prospettiva in cui si inserisce l’identità di genere è quella di una dichiarata opera di nuova civilizzazione, che si fonda sull’idea dell’assenza di qualsiasi limite.

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