ruolo del papà

Più su, papà!

Mi guardo intorno nella sala docente, colleghe che parlano fitto, e i colleghi? mosche bianche, la scuola si tinge sempre più di rosa. La femminilizzazione della scuola procede inesorabile, la stessa Ocse (l’Organizzazione per lo sviluppo economico), nel suo studio “Squilibri di genere nella professione docente”, si domanda se non vi siano troppe donne nella scuola. La disparità di genere diminuisce a mano a mano che il livello di istruzione sale, in Italia mediamente la presenza femminile supera l’80%. Squilibrio che pone dei problemi. In uno studio di Birch e Crosier si ritiene che «l’assenza di insegnanti maschi a scuola rafforza e perpetua gli stereotipi problematici su donne e uomini. Così gli studenti apprendono attraverso l’esperienza diretta che il mercato del lavoro segrega gli esseri umani per genere, considera le donne come “assistenti” più idonee rispetto agli uomini e finiscono per non considerare la professione dell’insegnante». Una tendenza che conferma la predisposizione della donna verso i lavori di cura e di assistenza. Ma il punto è che la scuola non dovrebbe essere luogo di cura e di assistenza.

La femminilizzazione della categoria docente si accompagna alla femminilizzazione dei rapporti famiglia-scuola. Quasi sempre sono le mamme a interessarsi dei propri figlioli-studenti, in assemblee consigli e colloqui. Ma in quanto mamme tendono a difendere il proprio “cucciolo”, a prescindere, spesso addirittura arrogandosi (specialmente nelle elementari) il diritto di contestare le metodologie didattiche (che andrebbero sì contestate, ma non spetta a loro). Una tendenza rafforzata dalla scuola dell’autonomia, dove il genitore diventa il cliente che ha sempre ragione, come ho spiegato qui: https://www.facebook.com/antonio.catalano.100483. Ecco perché il formarsi di quel minaccioso e intimidatore “partito delle mamme”, in agguato per difendere “corporativamente” i propri pargoli da docenti ritenuti incapaci persecutori e faziosi.

Altri tempi quando era il padre ad andare dall’insegnante, nel rispetto di un ruolo socialmente riconosciuto come importante, e a sortirsi la rampogna sul figliolo insolente o poco diligente, tanto poi a casa si facevano i conti, anche se un sonoro ceffone spesso già risuonava nei corridoi, sotto lo sguardo compiaciuto del docente. Lo so, il mondo è mutato, la scuola, per fortuna o purtroppo, non è più quella, il grande balzo modernizzatore del Sessantotto, per niente in contrasto con un capitalismo bisognoso di svecchiarsi, ha messo in cantina la vecchia società basata sul principio d’autorità.

Claudio Risé, nel suo libro “Il padre, l’assente inaccettabile”, ci parla di una società che insieme al padre perde anche la sua capacità di dare significato alle prove della vita, cui l’individuo reagisce infantilmente attraverso il rifiuto e la negazione, o con la depressione. Viviamo in un mondo, nelle società occidentali, in cui è scomparsa la centralità della figura paterna unitamente alla sua presenza simbolica. La simbiosi madre-figlio, fondamentale nei primi anni di vita, è un caposaldo dell’esistenza individuale. Ma per la saluta psichica di entrambi a un certo punto è necessario che vi sia separazione, naturalmente fatta nei modi che evitino all’individuo di piangere per tutta la vita l’oggetto amato da cui è stato separato. Separazione che nelle società tradizionali si realizzava grazie a riti di iniziazione, decisivi presso tutte le culture: il bambino veniva tolto dalle braccia della madre, seduta, per alzarlo verso il cielo. Risé considera questo gesto simbolico l’uscita dalla dimensione orizzontale, caratteristica della materia e della conservazione delle cose, per abbracciare l’asse verticale della ricerca di sé e dell’Altro. «Venire strappati dalle braccia della madre, come i popoli tradizionali rappresentano nei loro riti iniziatici, è già un dolore, e una perdita decisiva. Su quel dolore, e su quella perdita, per millenni sono state edificate contemporaneamente la personalità adulta di chi li viveva e la società cui quegli “iniziati” sarebbero ormai appartenuti. La capacità di sopportare ogni ulteriore dolore, e perdita, poggiava, per questi individui, che si avviavano verso l’età adulta, su quella prima ferita [lo strappo dalla madre], su quel primo dolore, che li trasformava, da figli, in uomini e futuri padri.» Ma la società occidentale, ci dice Risé, ha deciso per la prima volta nella storia dell’umanità di fare a meno dei riti di iniziazione, considerando traumatica la necessaria ferita e così negando l’abbandono della dimensione orizzontale a favore di quella verticale. Un mondo dove centrale rimane il momento della protezione, per quella società del “paraspigolo” che impedisce il necessario trauma formativo senza il quale vi è solo tanta fragilità, che chi lavora nel mondo della scuola bene conosce. L’assenza del padre, ci ricorda Risé, «trasforma ogni uomo, da essere partecipe del mondo vivente creato dal Padre, in un individuo solo, e, dopo l’impossibilità di continuare il rapporto simbiotico con la madre, sperduto».

L’assenza del padre comporta quindi la permanenza dei figli al piano orizzontale della rassicurazione, della protezione che non fa crescere, del rifiuto dei riti di iniziazioni considerati retaggio di epoche barbariche, non necessario passaggio al mondo adulto. E quando in una civiltà spariscono i riti di passaggio i comportamenti assumono le forme alienate dell’aggressività fine a se stessa. L’assenza del padre è la condizione del mancato strappo dalla madre, è la condizione della generazione fiocco di neve incapace di affrontare la complessità e la durezza della vita che contrasta con la propria infantile rappresentazione della realtà. «Sono così fragili che, di fronte a un’idea diversa dalla loro, chiedono che venga eliminata per essere lasciata in pace. Accade perché non sono assolutamente in grado di opporsi a visioni differenti con argomentazioni ragionevoli. Sono inconsistenti come fiocchi di neve, appunto» dice Claire Fox in un’intervista.

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