vadano a lavorare

«Non puoi trattarli così, vadano a lavorare»

In seguito all’uccisione del sacerdote di Como don Roberto Malgesini, il direttore della Caritas della stessa città, Roberto Bernasconi, fa passare l’assassino, un tunisino irregolare già da anni noto agli inquirenti e per il quale pende un mandato di espulsione mai messo in esecuzione, per vittima dell’odio che «monta in questi giorni ed è la causa scatenante al di là della persona fisica che ha compiuto questo giusto». Parole che escludono quindi la responsabilità individuale del soggetto, Mahmoud Ridha, da molti anni in Italia e con un bel fardello sulle spalle di denunce e condanne per aggressioni, minacce e violenze, sposato per un po’ con una donna comasca che da lui subiva maltrattamenti continui. Sulla stessa linea d’onda giustificazionista del direttore della Caritas si situa lo stesso Papa, che ieri è intervenuto per dire che l’assassino di don Roberto è un «malato di testa».

Ci troviamo di fronte a una vulgata sociologistica da mediocre tema scolastico, imperversante nei discorsi della corrente di pensiero dominante, che in buona sostanza sostiene, non si sa bene in nome di quale principio, che un individuo immigrato, se irregolare ancor di più, non è responsabile mai, neanche quando uccide senza nessuna giustificazione che possa attenuare, o anche annullare, la sua colpa. Un ennesimo caso di razzismo a rovescio. Perché se l’assassino è italiano salta qualsiasi ipotesi attenuante nel caso la vittima sia un immigrato. Non si alimenta in questo modo la convinzione che un immigrato, specialmente se irregolare, possa fare un po’ quello che vuole, senza pagare nessun tipo di pegno, tanto alla fine è matto o squilibrato o poverino ha subito angustie nella vita? Alimentando così risentimenti di cui volentieri faremmo a meno?

Come ha dimostrato l’esecrabile massacro di Colleferro, i sensibili a senso unico, che governano la costruzione del racconto sociale grazie all’occupazione dei posti decisivi nei gangli istituzionali, si indignano parlando a vanvera di fascismo (mentre gli esecutori del massacro mostrano di appartenere di diritto a una sottocultura per niente in contraddizione con il sistema dominante, evidentemente non fascista) al punto che il presidente del Consiglio Conte presenzia i funerali del povero Willy, facendolo così diventare funerale di Stato, e così offendendo la memoria di quegli altri ragazzi e ragazze ammazzati per mano non italiana, come recentemente per esempio è accaduto a Filippo Latini, più volte investito con i copertoni dai suoi assassini di nazionalità albanese. Qui non si tratta di compilare graduatorie, i buoni da una parte i cattivi dall’altra, ma è evidente che questo irresponsabile modo di fare, questo razzismo al contrario, strumentale solo a logiche di giustificazione ideologica, alimenti risentimenti che poi non possono ipocritamente essere liquidati come razzismo. Facendo un bel favore a chi trae beneficio dal trasferimento della lotta di classe al conflitto inter-etnico.

Interessanti le parole dell’imam Safwat El Sisi, architetto egiziano residente in Italia, a Como, dal lontano 1968. Dalla sua finestra ha visto arrivare i soccorsi dopo l’accoltellamento di don Roberto. Quante volte ha denunciato negli ultimi anni il degrado della piazza sottostante, la piazza San Rocco dove è stato accoltellato don Roberto, con gli extracomunitari a bivaccare e a far risse fino all’alba. El Sisi ricorda come bonariamente rimproverava don Roberto, che aveva una parola buona per tutti, «troppo buona, solo buona. Glielo dicevo, loro sporcano e tu pulisci. E lui rispondeva: poverini sono disperati. Io allora rilanciavo: ma sono adulti, non bambini. Non puoi trattarli così, vadano a lavorare». El Sisi all’inizio era convinto che don Roberto lavorasse per la chiesa, «non sembrava un sacerdote, non aveva mai la veste». «Era umile, sempre disponibile». El Sisi coglie una contraddizione della chiesa contemporanea, molti preti ormai si propongono solo come degli ottimi assistenti sociali, confondendo il cristianesimo con l’umanitarismo, che è altra cosa. «Purtroppo il popolo italiano ha il senso della bontà diverso dagli altri europei, molto più spiccato» prosegue El Sisi. «E secondo me è un difetto. Quando arrivano i poliziotti in piazza San Rocco, dico loro: fate rispettare l’ordine pubblico. Loro allargano le braccia. Rispondono: “Abbiamo le mani legate”.» Conclude El Sisi: «Dobbiamo essere fratelli, l’unica distinzione intoccabile è quella del credo religioso. Per il resto bisogna essere buoni con chi lo merita, ma voi italiani siete buoni con tutti e vi è più difficile cambiare registro. Dovete imparare la lezione e non regalare casa vostra a tutti, prego si accomodi. Chi entra deve rispettare le regole ma chi non è degno riportatelo indietro. Ricordatevi che avete dei doveri innanzitutto nei confronti dei vostri figli». Come dargli torto?

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