migrante

Migrante, parola della neolingua

Di solito uso la parola immigrato o emigrante, e quando mi capita di dover usare quella di migrante appongo le virgolette. Il “migrante”. Perché sono convinto che la parola migrante contenga l’inganno dell’ideologia.

Secondo l’Organizzazione internazionale per le migrazioni, nata nel 1951 e collaborante con l’Onu, la parola migrante indica la persona che «decide di spostarsi liberamente per ragioni di convenienza personale e senza l’intervento di un fattore esterno». Altro che “fattori esterni” come mancanza di lavoro, carestia, fame, guerra, persecuzione eccetera. Definizione nella quale il migrare diventa il libero spostarsi che nasce da calcolo di convenienza personale (perché l’emigrante che partiva per l’America non lo faceva per calcolo di convenienza personale?). Ma quel che l’Oim vuol mettere in evidenza è la condizione di libertà del migrante, colui che viaggia perché semplicemente gli va di farlo, secondo il principio di convenienza che coincide con quello di libertà di movimento. Perché queste noiose radici? E perché mai il migrante dovrebbe integrarsi, vuoi metter la bellezza del meticciare, quell’euforico mescolamento generale in modo perpetuo?

Il migrante, secondo questa visione, diventa una sorta di camminante, il pellegrino della contemporaneità, ma a differenza del pellegrino non viaggia per raggiungere il luogo sacro per poi tornare in patria, ma viaggia per viaggiare, “homo migrans” che varca confini e frontiere di un villaggio globale ormai sempre più piccolo. Migrante, parola magica dei partigiani dell’ospitalità incondizionata, quelli dell’abolizione di qualsiasi forma di frontiera, i cosiddetti “no borders”. Homo migrans, cittadino cui patria è il mondo intero, quello della che vive al presente, senza paese di riferimento, nessuna religione, che vive la vita in pace e che il mondo diventi uno… come recita il testo della famosa canzone “Immagine” di Jhon Lennon, sogno, una volta si sarebbe detto piccolo-borghese, del nichilista teorizzante il cogli l’attimo e vivi, al diavolo quella noiosa e inconcludente rottura di palle del costruire nel presente le premesse del futuro dei nostri figli e nipoti, come è sempre stato nei secoli dei secoli.

Ma come è stato possibile, si domanda l’americana Angela Nagle, attivista di sinistra, che «in questi ultimi anni la sinistra sia diventata propugnatrice delle tesi open border, nate all’interno dei circoli anarco-capitalisti e da sempre sostenuta dai think tankh della destra economica radicale?». «Come può la sinistra non rendersi conto che la libertà di migrare, lungi dall’essere un diritto inviolabile dell’uomo, non è altro che una della quattro libertà fondamentali di circolazione alla base della dottrina economica neoclassica – nello specifico quella della forza lavoro – e che come tale viene fortemente sostenuta proprio dal grande business?» «Il grande business e le lobby del libero mercato, per promuovere aggressivamente i propri interessi, hanno creato un culto fanatico a difesa delle tesi open border – un prodotto fatto proprio da una classe urbana creativa, tecnologica, dei media e della conoscenza, che fa i propri interessi oggettivi di classe per mantenere a buon mercato i propri stili di vita e salvaguardare le proprie carriere. La sinistra liberale ha rivenduto il prodotto aggiungendovi il ricatto morale e la pubblica vergogna nei confronti dei popoli, accusati di atti inumani verso i migranti.» L’articolo di Nagle “La tesi di sinistra contro i confini aperti” si può leggere qui:

https://www.sinistrainrete.info/neoliberismo/14342-angela-nagle-la-tesi-di-sinistra-contro-i-confini-aperti.html

Angela Nagle ci riporta nel presente reale, fuori da ogni immaginazione allucinata. “Senza confini” e “porti aperti” sono solo l’adattamento ideologico in salsa umanitaria (ma neanche poi tanto, risuona ancora nelle nostre orecchie l’affermazione di Pia Klemp che il salvataggio in mare dei migranti non è un’azione umanitaria, ma parte di una lotta antifascista) della vecchia tesi dell’economia neo-classica (liberista) della libera circolazione della forza lavoro così come piace a Monsieur le Capital.

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