Quelli di sinistra che non si sentono rappresentati - immagine metaforica

Quelli di sinistra che non si sentono più rappresentati…

Ci sono quelli di sinistra che non si sentono più rappresentati, che ci vorrebbe una sinistra come quella di una volta. 

Come se non fosse passato quasi mezzo secolo dalla fine di quella sinistra a cui romanticamente si richiamano, che sanciva alla bolognina la fine di un ciclo politico, in ritardo rispetto all’esaurirsi della fase ascendente. Con il quale si esauriva pure la politica riformista della ridistribuzione dei redditi a favore delle classi popolari. Mostrando quella sinistra quindi di essere redistributiva solo nelle pieghe del ciclo economico espansivo, della serie il mercato prima di tutto. Non proprio da cuor di leone.

Quella sinistra passò arma e bagagli nell’orbita del liberismo austeritario, obiettivo prioritario il riassetto dei conti pubblici sfasciati dagli “eccessi” precedenti. Svendita del pubblico patrimonio, ristrutturazione selvaggia del mercato del lavoro altro che lavoro variabile indipendente, riordino della sanità con le usl che diventano aziende, riordino dei cicli scolastici… In modo da presentarsi coi compitini in ordine all’appuntamento europeo. Naturalmente i ceti popolari, pur se intristiti per la fine di un mondo, non potevano mostrare godimento per un cetriolo sempre più invadente. E cominciarono a frequentare altri lidi. Così la sinistra iniziò a diventare quella che i sociologi oggi definiscono  “sinistra ztl”.

Ora, quelli nostalgici della sinistra che fu vorrebbero ritornare a quella sinistra (keynesiana) da ciclo ascendente, come se niente fosse accaduto, come se intanto non ci fosse stato il mezzo secolo di ristrutturazioni con i suoi spaventosi disastri sociali, non solo economici, ma anche, direi soprattutto, culturali ed emotivi. E dell’anima. Perché la classe dominante non ha ristrutturato solo i rapporti di produzione, rendendo il lavoro una mera variabile di sistema, ma è intervenuta sistematicamente per modificare l’anima umana (i materialisti a oltranza non si alterino per l’uso della categoria).

L’Uomo (specie) non poteva rimanere quello delle “rigidità”, doveva modellarsi alla flessibilità sistemica, naturalmente sempre in nome dei processi di valorizzazione che il modo di produzione dominante richiede, doveva adattarsi alla fluidità imposta dal mercato. Fluidità che richiede sradicamenti d’ogni tipo. Sociali (flussi migratori), nazionali (cosmopolitismo), esistenziali (nichilismo), sessuali (genderismo). Non si può più quindi solo limitarsi alla contraddizione capitale/lavoro, si rende necessario considerare le nuove contraddizioni, mai perdendo di vista dove si cela l’interesse del capitale.

Quelli di sinistra che non si sentono più rappresentati la smettano quindi di lagnarsi del liberismo economico, da patetici nostalgici del tempo in cui il mercato permetteva con relativa facilità di ingrassare le vacche. Si rendano conto che i rapporti sociali vanno ben oltre il proprio angusto economicismo.

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