New York Times

C’era una volta il New York Times

Il New York Times, 170 anni di Storia, il giornale più rinomato al mondo, che fine sta facendo?

Siamo passati dai tempi in cui (1860) puntava tutto contro i favoriti Douglas, Breckinridge e Bell per far vincere le presidenziali all’outsider Abramo Lincoln, alla debacle del 2016 quando invece puntò tutto sulla favorita Hillary Clinton per poi vedere il trionfo di Trump e non saper far altro che darne la colpa alle ‘interferenze’ russe. Dal maestoso grattacielo di 52 piani sull’ottava avenue disegnato da Renzo Piano oltre la metà di proprietà, agli indebitamenti attuali. Dal primo giornale al mondo a superare il milione di abbonati online, alle polemiche di bottega più provinciali.

Com’è possibile che il giornale dagli standard qualitativi tanto rinomati, dal codice deontologico più rigido, si sia potuto trasformare anch’esso in dozzinale giornale incapace di coprire con la professionalità, gli interessi di parte che, pur legittimamente, la propria linea editoriale intende difendere?

Le ultime clamorose scivolate sono state in occasione della crisi del coronavirus nel contesto del tradizionale e sempiterno antagonismo USA – Russia.

Il grande scoop di maggio

Avevano iniziato a maggio lanciando uno speciale ‘scoop’ nel quale si dicevano sicuri di aver matematicamente dimostrato che in Russia i decessi per COVID-19 sarebbero dovuti essere molto maggiori rispetto a quanto dichiarato dai dati ufficiali rilasciati dalle autorità sanitarie del Paese. Proprio mentre a casa loro non si sapeva più dove mettere i morti e si arrivava alle fosse comuni, come in tempi di guerra, si provava a puntare l’attenzione piuttosto sugli storici rivali accusandoli di occultare e truccare la tragica conta per finalità propagandistiche.

“A Coronavirus Mystery Explained: Moscow Has 1,700 Extra Deaths” titolava il New York Times l’11 maggio. La tesi era che, siccome l’anno prima nello stesso periodo c’erano stati meno morti, il maggior numero di quest’anno sarebbe per forza dovuto essere stato tutto determinato dal COVID-19. 1.700 morti in media in più rispetto alle statistiche degli altri anni, mentre le autorità avevano dichiarato solamente 642 decessi accertati per coronavirus.

Una polemica sul nulla dato che se anche la Russia avesse catalogato le morti per coronavirus con metodo più restrittivo (es: morto di cancro con coronavirus classificato come morto di cancro), comunque a quella data era innegabile che la situazione fosse molto più sotto controllo nella capitale russa che non negli USA (23 mila morti solo a New York).

Lo scoop di luglio

Poi si era passati ad un altro mirabile scoop dal titolo: “Russian Intelligence Agencies Push Disinformation on Pandemic”, nel quale si sosteneva che l’intelligence militare russa (G.R.U.) si starebbe impegnando a diffondere fake news sul coronavirus negli Stati Uniti per danneggiare il popolo americano. La tecnica sarebbe stata quella già utilizzata nel 2016 e quindi data per certa (anche se mai specificata). La cosa strana di questo articolo, in cui l’intero giornale ci ha messo la faccia perché apparso in prima, era che a dimostrare l’azione dell’intelligence russa sarebbe stata l’intelligence americana. Un rivale diretto accreditato come fonte. Una fake nella fake già in nuce.

Perché rischiare la faccia?

A cosa puntano? Si erano chiesti in Russia. Perché giornali così rinomati dovrebbero rischiare di rimetterci la faccia per nulla?

“Per sapere cosa hanno in mente e quali siano i reali piani degli americani, guarda di cosa accusano la Russia” – aveva commentato il capo del comitato per gli affari internazionali del Consiglio della Federazione russa Konstantin Kosachev in una intervista televisiva. La teoria di Kosachev, espressa appena la settimana scorsa, era in buona sostanza che, proprio perché stanno accusando i servizi segreti russi di voler diffondere fake sul coronavirus, bisognerà aspettarsi fake sul coronavirus da parte dei servizi segreti americani, veicolate dai grandi giornali. Una teoria apparentemente provocatoria e azzardata.

La strana prima pagina

Ecco però che proprio ieri è uscita una strana prima pagina sull’edizione domenicale del NYT, con tre grandi immagini per mettere in guardia dal ritorno del coronavirus. Un’intera prima pagina per mettere in guardia gli americani da una possibile terribile nuova ondata, con tre immagini messe a monito di cosa NON fare se si vuole evitare il contagio.

La questione, passata non inosservata anche alla stessa critica americana, è che sono state scelte le immagini rappresentati le attività a più basso rischio – famiglie che giocano in una spiaggia in Florida, bambini in un ampio parco in Georigia e ragazzi che guardano un film al drive-in. Non una metropolitana all’ora di punta, manifestazioni BLM, operai in fila alla mensa, no – attività all’aria aperta e bassissimo rischio contagio.

Ironia della sorte, proprio il Times aveva poco prima pubblicato un altro articolo dove si sosteneva che prendere la metropolitana non fosse affatto ad alto rischio contagio coronavirus.

Prendere ad esempio le situazioni meno a rischio contagio per parlare di rischio contagio sarà stata solo una leggerezza? O l’avranno fatto apposta? Aveva ragione Kosachev forse? Sono loro a voler preparare una campagna di disinformazione? E se sì a che scopo?

Commenti americani

Ancora più sferzanti degli analisti russi, per ovvie ragioni critici nei confronti dei media americani, sono stati gli stessi cittadini statunitensi che sui social si sono scatenati. I più sprezzanti, come l’autore Mark Ames, conduttore del podcast di Radio War Nerd, ha sostenuto la seguente:

“Danno la colpa a chiunque o qualsiasi cosa, tutto pur di non parlare delle responsabilità della nostra assistenza sanitaria da 4 trilioni di dollari di truffe in questi spettacoli di merda”.

Secondo Tony Cox, giornalista americano che scrive anche per Bloomberg, tutto questo farebbe parte di un preciso piano – diffondere paura e tristezza.

“A parte un breve singhiozzo nei primi giorni dell’epidemia – quando il fervore anti-Trump del corpo di stampa aveva reso necessario suggerire che il virus non fosse una grave minaccia e che il Presidente avesse vietato i voli dalla Cina perché razzista – i media poi hanno costantemente lavorato per rendere gli americani più spaventati e agitati possibile”, ha scritto Cox per RT, il quale poi è passato a mostrare alcune contraddizioni del sistema sia mediatico che sanitario americano, riscontrate per altro pari, pari anche in tante altre parti del mondo, Italia compresa.

“L’arretratezza e l’assurdità sono le norme per il teatro di pubblica sicurezza. Stati come il New Jersey e il Michigan hanno vietato attività come andare in palestra, giocare a golf o andare in barca garantendo allo stesso tempo che non vi fossero interruzioni per i ‘servizi essenziali’ come i negozi di liquori e la vendita dei biglietti della lotteria. Le persone giovani e sane sono state essenzialmente messe agli arresti domiciliari, mentre le popolazioni più vulnerabili sono rimaste non protette.

I governatori di New York e Pennsylvania hanno anche emesso ordini che richiedevano alle case di cura di accettare i pazienti Covid-19, portando a un numero maggiore di decessi… Quindi il New York Times di domenica non è altro che ulteriore arretratezza e disinformazione”.

La teoria della tristezza

È facile vedere un metodo nella follia. Se anche attività come godersi una giornata ariosa su una spiaggia poco affollata sono contrassegnate come pericolose, allora tutto è pericoloso. Il divertimento stesso è vietato. Brividi solo in un angolo buio fino a quando non sarà finita, se mai finirà”.

Ma perché tutto questo secondo Cox? Semplice, egli sostiene: “Un assioma dice che in un anno elettorale, ogni grande cosa che accade riguarda le elezioni. E tutti i punti del coronavirus indicano la cacciata di Donald Trump dalla Casa Bianca… come hanno dimostrato il World Happiness Report e altri studi, le persone infelici non tendono a votare per gli operatori storici. Quindi stai lontano dalla spiaggia e dal parco e non osare andare a un film drive-in. Questo non è il momento per attività che inducano al sorriso”.

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