Cultura

Quarant’anni senza Vysotsky

Vladimir Semionovic’ Vysotsky (Mosca, 25 gennaio 1938 – Mosca, 25 luglio 1980)

Voce profonda e ruvida, aspetto severo ma elegante, amore per la vita e le donne, senza tuttavia riuscire a conservare né l’una né le altre, ispirazione e dissipazione, gioia e disperazione. Un uomo che grazie alla sua arte pura e semplice, fatta di voce, chitarra e parole scritte la notte su pezzi di carta e trasformate in canzoni da far ascoltare agli amici la mattina, conquistò tutte le terre emerse di lingua russa.

A 42 anni aveva il mondo ai suoi piedi – oltre 500 canzoni scritte, senza contare le poesie non in musica, concerti in patria e all’estero, ruoli da primo attore nei migliori teatri, protagonista di film e sceneggiati popolari. Vysotsky aveva raggiunto l’apice, pur partendo dal nulla.

“Quando ho iniziato a scrivere le mie canzoni”, amava raccontare, “intendevo scriverle per un gruppo molto ristretto di cari amici. Abbiamo vissuto a Mosca anni fa, in un appartamento in Bolshoy Karetny, con la mia amica Leva Kocharyan, per un anno e mezzo. Una buona compagnia si formò lì, venivano spesso da noi Vasya Shukshin, Andrey Tarkovsky e molti altri. Era un ambiente amichevole, rilassato, senza vincoli, mi sentivo libero, perché erano i miei amici intimi – cantavo per loro”.

Poi iniziarono a registrare le sue canzoni con dei semplici registratori a nastro. Niente studio di registrazione, niente majors e case discografiche, semplici nastri che gli amici si passavano tra loro e copiavano e ricopiavano. Tutti volevano sentire quella voce ruvida di carta vetrata graffiare le patinate vetrate della società formale. Prima di Vysotsky le canzoni erano composte dal compositore, il paroliere, l’arrangiatore, i musicisti e la voce solista, dopo Vysotsky c’erano solo Vysotsky e le verità di tutti i giorni di cui lui parlava. Il lavoro dell’usciere del palazzo, il freddo delle case più povere in inverno, la solitudine, un atto di amicizia, un furto, un incidente, un colpo di fortuna, tutto poteva trasformarsi in poesia, canzone. Vysotsky era lì a dimostrare che tutto poteva essere arte, tutto vissuto con profondità, leggerezza, passione, dramma, scherzo e ironia ad un tempo.

Ma Vysotsky era corroso dall’interno dalla sua dipendenza – prima l’alcol, poi la dipendenza dalla morfina per uscire dalla dipendenza dell’alcol. L’ansia di libertà lo aveva condotto paradossalmente alla schiavitù. I tentativi disperati di cura non servirono a nulla. Continuava la mattina a svegliarsi come uno straccio in preda a dolori atroci, poi prendeva il suo veleno e andava in scena carico per il suo pubblico. Non era più l’appartamento Bolshoy Karetny, il pubblico era cambiato – sale piene, adrenalina, aspettative. E lui non voleva prendersi le dovute pause, curarsi, disintossicarsi. Continuava ad andare in scena, come cantante e come attore. Non si fermava. E per andare avanti doveva ‘ricaricarsi’, in quell’unico modo dal quale dipendeva. Un gioco vizioso che lo portò all’autodistruzione. Moriva così il 25 luglio del 1980 a 42 anni il poeta dannato russo Vladimir Semyonovič Vysotsky.

Alcune canzoni da ricordare

Difficile scegliere tre le 569 canzoni classificate nel catalogo di questo artista. Proviamo a selezionarne solo alcune caratteristiche e che ne spieghino il carattere.

Nel 1966 Vysotsky era tra le montagne del Caucaso per girare il film ‘Vertical’, una storia avventurosa di alpinisti. Quella fu l’occasione che rese l’artista famoso sia come attore che come musicista in tutta l’Unione Sovietica dato che la colonna sonora fu interamente assegnata a lui. Uno dei registi, Stanislav Govorukhin, ammise che il film portò la notorietà a Vysotsky, ma che il film divenne noto a sua volta grazie alla sue canzoni originali.
Uno delle tracce più riuscite di quel film fu ‘Canzone su di un amico’, che, secondo l’alpinista Leonid Eliseev, sarebbe nata quando questi raccontò a Vysotsky un incidente di cordata che gli era capitato. Un episodio che sarebbe potuto finire in tragedia ma che invece si concluse senza vittime grazie alla collaborazione tra i compagni di cordata.

“La mattina dopo, Volodya eccitato entra nella mia stanza. Mi fa – Allora, come hai dormito? – e senza aspettare la risposta – vieni da me – mi dice”, raccontò Eliseev, “Mi sono vestito di fretta e sceso al piano di sotto. Volodya era ancora eccitato. Mi sono seduto sulla sedia, Volodya sul letto. Poi prese la chitarra e iniziò a cantare questa canzone scritta la notte…”

Canzone su di un amico

“Se un amico capita per caso,
e non è chiaro se amico o nemico, ma così…
se subito non si capisce,
se buono o cattivo…
allora porta il ragazzo in montagna,
rischia,
ma non lasciarlo però da solo,
legatelo in cordata –
lì capirai che tipo è”.

La canzone prosegue tra abili giochi di parole completando la metafora – se il ragazzo che ti sei portato zoppica, inciampa e scivola, allora non rimproverarlo ma sostienilo. Anche se in cima non ci arriverà e la canzone non è di lui che parla. Se invece non geme, non si lamenta, anche se cupo e arrabbiato continua a camminare, e se cadi ti trattiene e ti segue, come fosse in battaglia, pur di arrivare in cima e senza fiato, allora, ecco, sai che su lui puoi contare.

Mosca – Odessa

Non considerata una delle canzoni più famose di Vysotsky, ‘Mosca-Odessa’ è tuttavia rivelatrice del carattere sofferto e intenso dell’artista.

“Ancora una volta prendo il volo Mosca-Odessa, –
L’aereo non parte anche sta volta
Ma l’hostess in blu è passata come una principessa –
Affidabile come l’intera flotta civile.
Su Murmansk niente nuvole, cielo sereno,
E adesso si può volare anche ad Ashgabat,
Aperto Kiev, Kharkov, Chisinau,
E Leopoli anche hanno aperto – ma io non è lì che devo andare!
Mi hanno detto: “Oggi non ci sperare –
Non fidarti dei cieli!”
E di nuovo danno in ritardo il volo per Odessa:
La pista è ghiacciata.
E a Leningrado – piove dal tetto, –
E perché non dovrei volare a Leningrado?!
A Tbilisi – là si sa, là fa caldo,
Il tè ci cresce – ma io non è lì che devo andare!
Sento: quelli di Rostov sono in partenza, –
Ma io e a Odessa che devo assolutamente andare!
Io devo andare dove non mi accettano –
perché rinviano i voli.
Io devo sempre – dove finiscono le derive,
Dove domani è prevista la bufera di neve! ..
Da qualche parte va tutto liscio e leggero,
Certo – ma non è lì che io devo andare!”

La canzone continua con esempi di città del mondo in cui potrebbe andare, in cui non ci sarebbero problemi e in cui verrebbe accettato volentieri, mentre la sue destinazioni sono invece sempre quelle in cui ci sono le tempeste o la pista è bloccata dal ghiaccio. Alla fine conclude:
“Ancora una volta spostano il ritardo fino alle otto –
E i cittadini si addormentano obbedientemente…
Sono stufo di tutto questo – al diavolo!
E io volo là, dove mi accettano!”

Una delle sue migliori e più complete opere autobiografiche redatta in forma di metafora e metrica musicale.

Non è tornato dalla battaglia

Il tema della guerra è ricorrente nell’opera di Vysotsky. Per tutta la vita è tornato sull’argomento. Questa canzone del 1969, è forse meno famosa in patria rispetto a ‘Sulla fossa comune’ scritta anni prima, ma sicuramente più nota all’estero. Venne tradotta in inglese, polacco, rumeno, giapponese, ebraico e anche italiano. Descrive la perdita di un commilitone senza retorica e con la leggera dolce malinconia di chi solo dopo, si rende conto essere solo e sente di essere lui ad essersi perso.

“Perché è tutto sbagliato? Eppure sembra tutto come al solito:
Il cielo come al solito è blu,
La foresta è sempre la stessa, la stessa aria, la stessa acqua,
Solo che lui non è tornato dalla battaglia.
La stessa foresta, la stessa aria e la stessa acqua,
Solo che lui non è tornato dalla battaglia.
(Le ultime due righe di ogni verso si ripetono)

Adesso non capisco chi di noi due avesse ragione
Le nostre controversie – dormire e riposare.
Inizia a mancarmi solo ora,
che non è tornato dalla battaglia.

Se ne stava in silenzio e non cantava al ritmo
Parlava sempre di qualcos’altro,
Non mi lasciava dormire, si alzava all’alba,
E ieri non è tornato dalla battaglia.

Ciò che è vuoto adesso, non riguarda quei discorsi,
È che improvvisamente ho notato – eravamo in due.
Come se il vento avesse attizzato un falò
Quando lui, non è tornato dalla battaglia.

Oggi la primavera è fuggita, come fosse in cattività.
L’ho chiamato per errore:
– Amico! Lasciami fumare! – E in risposta – silenzio:
Non è tornato dalla battaglia ieri.

I nostri morti non ci lasciano soli
I nostri caduti sono come sentinelle
Il cielo si riflette nella foresta, come nell’acqua,
E gli alberi diventano blu.

Avevamo abbastanza spazio nel riparo,
Il tempo scorreva per entrambi.
Ora sono da solo. È solo che mi sembra
Di essere io a non essere tornato dalla battaglia”.

Qui di seguito nella versione del musicista e attore Yuriy Stoyanov

LIRICA (Qui le zampe degli abeti tremano dal peso)

Anche Vysotsky cantava l’amore, qualche volta. Ma anche nell’amore c’era qualcosa tra il drammatico, malinconico o lo scherzoso. In questo pezzo, che di fatto è una poesia messa in musica, l’artista descrive la sua amata (probabilmente l’attrice francese Marina Vlady) come in una “foresta selvaggia e incantata” impenetrabile e lontana da lui. Lei pensa di trovarsi bene lì, all’interno del suo mondo incantato e irraggiungibile, ma il poeta ripete il verso “E comunque io ti porto fuori da lì”, per andare insieme, di volta in volta, a seconda della strofa “al palazzo dove suonano i flauti… in una torre luminosa con un balcone sul mare… al paradiso in una capanna”.

Sono tanti i pezzi che si potrebbero ancora mettere in elenco per intensità, profondità o soluzioni acustiche (‘Sul grande carretto’, Sulla fossa comune’, ‘La mia zingara’, ‘Caccia ai lupi’, ‘Io non amo’, ‘Cavalli bizzarri’, ‘Ballata della lotta’…), chiudiamo piuttosto con una canzone scherzosa e divertente, nota per la sua leggerezza e il video, uno dei primi videoclip dell’era sovietica. Parla di ginnastica mattutina con giochi di parole e dimostrazioni pratiche.

Ginnastica mattutina

C’è chi ha trovato del sarcasmo nascosto in questo pezzo – l’artista potrebbe aver voluto mettere in discussione la frenesia della società moderna che ti costringe a sforzi inutili fino allo sfinimento. Uno dei versi parla dei virus influenzali e di come siano aumentati molto ultimamente in tutto il mondo – per combatterli bisogna tenersi in forma.

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